MeToo e il potere di raccontare

MeToo e il potere di raccontare

MeToo e il potere di raccontare

Quello di «narrarci» è un diritto che troppo spesso dimentichiamo di possedere, specialmente noi donne, così assuefatte alla narrazione che da sempre sono gli uomini a compiere al nostro posto.

Ogni volta che si parla di femminicidio come di «delitto passionale», per esempio, si sta utilizzando un linguaggio maschilista storicamente sedimentato che si sostituisce a quello neutrale che andrebbe riservato ai fatti di cronaca.

Quando abbiamo iniziato a dire «anche a me è successo» – me too – non solo abbiamo esercitato un nostro diritto ma lo abbiamo assunto come dovere.

Cosa ci resta del MeToo (Massimo Vincenzi)

«MeToo» ha rappresentato un’occasione per le donne di relazionarsi attraverso un racconto collettivo non determinato dal linguaggio maschile.

Qualcuna ha parlato riconoscendosi nel racconto altrui, qualcun’altra invece ha preferito ascoltare, tuttavia interrogandosi: a me è mai successo? Mi è capitato qualcosa di simile e non me ne sono resa conto?

Chi poi ha messo in dubbio la verità sostenendo che quelle denunce fossero solo la moda del momento, non ha fatto altro che rafforzare il potere della narrazione perché, del resto, chi stabilisce la verità in una storia?

Il potere di raccontare una storia non sta nel dire la verità ma nell’atto stesso di raccontarla. Chi racconta si conferisce un potere, esercita un diritto.

La prima donna ha dimostrato di avere il potere di raccontarsi, la seconda ne ha esercitato il semplice diritto, la terza l’ha fatto per essere aiutata, e così via. Alcune sono finite in copertina, altre sono riuscite a varcare la soglia di un consultorio.

Abbiamo mille motivazioni diverse per raccontarci perché siamo mille donne diverse, ma questo potere è uno ed è (anche e soprattutto) nostro.

«MeToo» non è stato un esercizio di liberazione ma di libertà, ed è forse in questa differenza così sottile, al di là dei sondaggi, che risiede la sua importanza.

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