I ragazzi che sono l’Europa

I ragazzi che sono l’Europa

I ragazzi che sono l’Europa

Lei è francese. L’amica è tedesca.

Passeggiano e chiacchierano, hanno 24 e 25 anni, il sorriso sul volto e la vita davanti. Sono a Strasburgo, dove le casette alsaziane si specchiano nei canali e sembrano quelle delle favole.

Il Parlamento europeo aspetta i nuovi eletti, siamo pronti al voto del 26 maggio che forse cambierà la storia o forse no. Le due ragazze parlano di politica, almeno adesso è inevitabile, vorrebbero capire se il Continente si chiama Vecchio perché è ricco di passato o perché ha perso il futuro: «Il problema è semplice.

Chi è a favore di un’Europa aperta la dà ormai per scontata. Chi invece è contro, chi vuole il ritorno dei nazionalismi e delle barriere, esercita il suo diritto elettorale democratico per smontare l’Unione.

In fondo è tutto qui».

È tutto qui.

Il sogno dei fondatori o il filo spinato di Orbán. L’Europa ancora assieme perché è la più bella invenzione del Novecento o l’Europa degli Stati sovrani perché vinceranno i confini.

L’Europa che pochi difendono perché (appunto) sembra acquisita o l’Europa che in tanti attaccano perché bisogna cavalcare l’onda. Quando Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, spediti al confino dal regime, si misero a scrivere il Manifesto di Ventotene, era l’anno 1941.

Il mondo in fiamme, Hitler a un passo dal trionfo, le democrazie in ginocchio. Ma i due prigionieri, sospesi tra il mare e il vento dell’isola, immaginarono l’Europa federale e sociale, una visione al di là dello spazio e del tempo.

Contro lo spirito dell’epoca. Perché era arrivato il momento di «suscitare nuove energie tra i giovani»: loro, solo loro, avrebbero potuto spingere (e conservare) la pace tra popoli e città massacrati da due guerre.

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