Che problemi ha chi veste un cane?

Che problemi ha chi veste un cane?

Che problemi ha chi veste un cane?

A passeggio per Napoli, in Via Toledo, spunta un cane vestito da principessa, accompagnato da una orgogliosa signora che invita i passanti a fotografare il grazioso animale. Stiamo assistendo ad una performance creativa contro il maltrattamento degli animali o al disagio esistenziale di un animale privato della sua dignità per soddisfare il cattivo gusto della persona con cui vive? Ogni volta che vedo un cane vestito mi sento male. Non sto parlando di quelli che mettono il cappottino al levriero italiano infreddolito a Bolzano a Gennaio (ma anche lì, se vivi a Bolzano perché prenderti un cane che per caratteristiche del suo pelo è destinato a soffrire il freddo?), ma sto parlando di quelli che acquistano indumenti con i quali addobbano i loro amici cani: sì, esistono persone che spendono soldi per vestire il loro amato a quattro zampe come se fosse un essere umano. Ma che problemi hanno?

Il problema è l’ignoranza. Ignoranza nel senso che ignora, chi veste un cane ignora le basi della vita condivisa con un cane che dovrebbe fondarsi sul rispetto delle sue necessità di specie, che non sono certo gli indumenti. Ignora che magari quella stoffa addosso potrebbe mettere a disagio il cane mentre cammina, che certo non sa di essere vestito da principessa, zorro o da fashion model, e manco gli interessa sapere quale ruolo sta involontariamente interpretando, ma che accetta la ‘trovata creativa’ del suo umano perché si sa, i cani alla fine ci vogliono bene per quello che siamo, siamo le loro guide e si fidano di quello che gli proponiamo anche quando siamo pessimi nei loro confronti. Ed è proprio per questa loro capacità di accettazione che noi dovremmo fare qualche piccolo sforzo per comprenderli di più, per comprendere davvero di cosa abbiano bisogno. E ripeto, non è certo un vestito.

Il problema è l’assenza di empatia. L’incapacità di comprendere i sentimenti che prova l’animale travestito e portato in giro come un trofeo, sentimenti puri, semplici, quelli a cui noi siamo sempre meno abituati. Provare empatia verso il proprio cane non significa trattarlo come un bambino, no per favore, significa avere coscienza della sua natura: un cane è un animale sociale libero dal guinzaglio, che vive in branco, all’interno del quale ha uno specifico ruolo del quale ha bisogno per sentirsi soddisfatto. Ora, dato che noi non siamo cani e non possiamo certo riprodurre nel nostro contesto umano quelle che sarebbero le dinamiche quotidiane ad esempio di un randagio, non ci resta che fare il minimo indispensabile. Cosa? Tanto per iniziare, evitiamo di vestire da umani i nostri cani (a quanto pare siamo arrivati al punto di doverlo mettere nero su bianco), garantiamo loro momenti quotidiani di libertà dal guinzaglio (provateci voi a stare una vita trattenuti da una corda), assicuriamogli lunghe passeggiate, più volte al giorno (stateci voi in casa su un tappetino per 22 ore al giorno), rendiamoli partecipi della vita famigliare non chiudendoli su poggioli, terrazzi o giardini (stateci voi sul terrazzo quando nevica mentre il resto della vostra famiglia è riunita sul divano) e, soprattutto, lasciamo perdere l’idea di vivere con un cane se non abbiamo tempo, voglia, pazienza o interesse necessari per dedicarci ad un altro essere vivente che prova sentimenti, sviluppa pensieri, ha bisogni proprio come noi e non ci ha chiesto di essere adottato per essere costretto a soddisfare le nostre mancanze.

Vestire il proprio cane non significa certo a priori non volergli bene, ma forse è un voler bene un po’ deviato da una visione egoriferita di felicità e benessere: a volte basterebbe solo metterci nei panni degli altri per renderci conto delle nostre azioni. E se continua a non sembrarci strano vestire i nostri cani, allora forse siamo senza speranze.




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